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FERDINANDO SCIANNA

Incontro avvenuto nella Sala de IL VISIONARIO di Udine il 9 Settembre 2010.

D: Come e' entrata la fotografia nella sua vita?
R: In realta non lo so nemmeno io.Forse per un errore di mio padre, quando ero ancora giovane:ricordo che io un giorno andai al porto a ricevere i miei genitori di ritorno dal viaggio di nozze con tanto di baci e abbracci.Lui in quella occasione mi porto'come regalo una macchinetta fotografica che malissimo non doveva essere.Non credo di aver avuto una vocazione esplicita verso la fotografia: penso che la fotografia sia stata per me la espressione di un tentativo di fuggire da un destino precostituito visto che a Bagheria nei primi anni sessanta per mio padre il figlio andato a scuola doveva essere una occasione di riscatto sociale, secondo un destino mio come medico,avvocato:una sorta di vestito da uomo che avrei dovuto iniziare a indossare fin da bambino.Dentro di me negli anni della giovinezza c'era il tentativo di fuggire da questo destino e proprio questa macchinetta usata all'inizio in aniera un po' anomala mi permise di capire gia' dapprincipiole cose che amavo e quelle che non amavo: come tutti i sedicenni amavo soprattutto le ragazze, cio' mi appassionava moltissimo cosicche facevo fotografie alle mie compagne di scuola nella speranza che piacessero e di fatto queste foto avevano successo, sentivo cioe che potevo fare qualcosa in grado di suscitare consenso esercitando anche un potere di seduzione non solo alla lettera ma anche in senso metaforico.
Era l'epoca della televisione da poco iniziata, da poco avviata e cosi decisi fra me e me che volevo fare il fotografo. Non fu facile fare opera di persuasione su mio padre il quale dal suo punto di vista mi consiglio' di fare tuttalpiu' l'odontotecnico se non altro per evitargli problemi economici in caso di necessita di quel tipo . Mio padre ricordo che dinnanzi a questa mia scelta mi guardava ammutolito e spesso si ripeteva: ma che mestiere sara' mai quello del fotografo, che mestiere e', che mestiere e' !!!
Disse anche una frase straordinaria: uno che ammazza i vivi e resuscita i morti, alludendo al ruole del fotografo cisiccome lui per lo meno lo interpretava. Solo dopo io capii il significato di quella frase: allora il fotografo di paese veniva interpellato dalle famiglie solo quando un eventuale famigliare era ormai candidato a morte non molto lontana, o non addirittura quando il soggetto era gia' morto , cosicche ci si serviva del fotografo per immortalare quell'essere e ed avviarlo alla tomba con quella immagine di ricordo per i famigliari. da qui la famosa frase di mio padre : uno che resuscita i morti e ammazza i vivi !!

D. La Sicilia ha accompagnato una grossa parte delle tua vita ma anche la tua esperienza di fotografo, come mai il tuo primo libro su Bagheria e sulla Sicilia e' uscito dopo tanti anni dall' inizio del tuo lavoro?

R. Io ho iniziato a a scattare le prime immagini perche' la Siciia era li, davanti ai miei occhi, io poi avevo sempre una forte esigenza narrativa, il mondo contadino, la gente, tutto mi si rappresentava secondo una forte dimensioe di racconto, una dimensione inconsapevolmente diaristica, Probabilmente quel crinale degli anni sessanta portava con se i primi segnali di modernita' come i juke box da cui noi potevamo finalmente ascoltare quelle stesse canzoni che si ascoltavano a Milano, a Torino a Chicago. Tutto cio' ci trasmetteva una grande effervescenza intesa come apartenenza a un mondo finslmente nuovo, in netta contrapposizione a un mondo che stava finendo, per non dire scomparendo.
Se uno e' fotografo si rende conto prima o poi che il suo strumento puo' servire a riempire la cassapanca di quella memoria capace di conservarele immagini di un mondo che noi sapevamo sarebbe definitivamente scomparso. Io sapevo che sarei emigrato sia per la miseria ma anche perche' sapevo che li certe cose non si potevano fare e sapevamo che avremmo col tempo conquistato , almeno nella nostra mente , una dimensione temporale senza ritorno. Quelle foto rappresentavano l'ultimo baluardo di conservazione di quell'epoca.
Importanti furono a quell'epoca le mie prime esperienze importanti come la mia prima lezione di storia de''arte tenuta dal proffessor Brandi a Palermo sull'opera di Masaccio, presentato inun modo che mi stupi in maniera completa :in quelle immagini che lui utilizzava a scopo didattico capivo che con esse si poteva raccontare il mondo , la storia e l'arte. Di conseguenzale immagini relative alle feste religiose sentivo che potevano diventare l'appoggio di una mia eventuale tesi di laurea proprio perche destinate a supportare un racconto a sua volta irrinunciabile come elemento di partenza.
In quell'epoca conobbi in personaggio importante comE LEONARDO SCIASCIA .Costui avrebbe sicuramente costruito il mio orizzonte culturale, la mia maniera di pensare.Ricordo che andai a trovarlo in campagna nella sua abitazione, gli feci vedere le mie foto e ricordo che ne rimase sorpreso e riguardo a quelle sulle feste religiose mi proppose di realizzare come testimonianza un fotolobro che avrebbe potuto essere una storia di persone, una storia di vita e non per questo un lavoro scientifico documentativo.Io allora avevo 21 anni e quelle immagini ebbero molta eco.

D. Ci sono stati incontri significativi e importanti nella tua vita?

R. Io non riesco a capacitarmi di aver avuto tanta fortuna in questo senso, tuttavia ritengo che l'incontro con sciascia sia stato al vertice poiche mi ha letteralmente inventato, le conversazioni con lui erano talmente intrise di materia letteraria che molte di quelle opere sono entrate a far parte del mio modo di fotografare: era unaminiera, un po' come le lezioni di Brandi, e da quel terreno mi accordsi che mi era difficile staccarmi. Ancora a Bagheria Roberto Leydi che a Milano mi avrebbe fatto entrare all'Europeoma anche altre persone mediante cui avrei avuto importanti contatti con il mondo della cultura.
All'Europeo successe che , divenuto ormai corrispondente da Parigi , iniziai a lavorare a un libro dal titolo " Les Siciliens" che sarebbe poi arrivato sulla scivania di Cartier Bresson che mi rispose dicendomi che gli avevo quasi fatto ritornare la voglia di fotografare. Da quel momento nacque l'amicizia con Henri e quando gli dissi che la mia esperienza di inviato a Parigi stava per finire, volle che presentassi il mio ultimo libro alla AGENZIA MAGNUM.
Una vita insomma con tutta una serie di anelli all'insegna di quel famoso caosche sta alla base dei nostri destini.

D. Tu sei stato un professionista che ha capito che questa attivita' avrebbe potuteo perfezionarsi attraverso la scrittura....

R. Tutto cio' e' stato per me una sorta di hic et nunc.
Col passare del tempo andava crescendo in me una nuova voglia dipoter fare il fotografo, in un modo nuovo, sentivo che in me
nasceva la voglia di avere un rapporto nuovo con la profesione, quasi ilfrutto di una ossesssione riguardo ai modi e alle motivazioi che stavano alla base di quelle immagini.
Sicuramente Sciascia deve aver avuto su di me un ruolo determinante nella costruzione di questo modello, lui piu' che altri mi fece capire che le fofografie solo attraverso un libbro avrebbero avuto un senso particolare, definito e non casuale.

D. quel libro su Bagheria e' stata una sfida risolta circa il tentativo di mettere insieme un percorso a doppio taglio, mettere insieme le parole che compongono un libro in un modo piuttosto particolare secondo un modo inteso ad arricchire le fotografie con le parole. Pare che Bagheria possa considerarsi un elastico molto forte tra il presente e il passato....

R. Credo che tutto cio' si riconduca a tutto cio' che avviene nella coscienza di ognuno di noi quando ci accorgiamo dell'effetto che provoca in noi il passare del tempo: in quel libro si e' cercato di costruire un lavoro fotografico che poggiasse su una struttura narrativa, questa e' la parola chiave: e' probabile che dentro di me ci fosse come latente un sensi ìo di inferiorita' verso la letteratura, non a caso io penso che il linguaggio piu' alto inventato dall'uomo sino ad oggi sa la parola : e' probabile che quel libro sia stato per me la summa di tutti quei libri che avrei voluto fare e che non avevo ancora realizzato.... ritratti,moda attualita' ecc.
Quando hai 60 anni e ti accorgi di aver fatto il fotografo per 40 anni senti che attorno a quel lavoro e' ruotata la tua vita e ripensi ai tuoi libri, magari col senno di poi. Non e' un caso se io sostengo di amare molo meno le mostre ai libri e cio' in quanto penso che le mostre presentino le immagini in una forma quasi riduttiva, forse le mostre spingono l'osservatore a guardare le immagini come fossero dei dipinti, e' come se togliessimo alle immagini quel nucleo di vita primordiale che le anima! Ogni fotografia , non dimentichiamolo porta sempre con se le tracce di un esistenza : oggi mi sorprendo del fatto che tante immagini fatte da giovane contenessero il germe inconsapevole di tante immagini e argomenti che avrei affrontato in epoche successive. . Forse le immagini sono nate proprio per dialogare con le parole , forse ogni fotografia contiene in se stessa un testo, non escluso anche il testo di colui che guarda le fotografie: tutto cio' porta inevitabilmente al romanzesco e alla narrazione.Io faccio frequenti rapporti fra letteratura e fotografia. Per me esistono fotografi romanzieri,saggisti, poeti fotografi:
Le immagini della Sauvette di Bresson raccontano in modo di veder la vita in un mondo viso e vissuto da Bresson mentre i libri di Salgado sono opere di un grande antropologo che sa scrivere bene , come i libri di Levi Strauss, grande antropologo ma anche grande scrittore il cui discorso scientifico passa comunque sempre attraverso il sangue della scrittura.
Insomma la parola e' per me una Parola Chiave :se i libri nascono da una necessita' ci si dovrebbe sempre domandare perche' vogliamo fare questo libro.
Chi tocca una fotografia tocca l'uomo che l'ha fatta , ma anche l'uomo che l'ha subita,chi tocca un fotolibro conosce inevitabilmente il suo autore ma anche inevitabilmente i personaggi che lui ha creato.
Io mi considero fondamentalmente un Bressoniano, forse un Bressonano anarchico : anzitutto perche' lo considero un un gigante della fotografia del xx secolo ma soprattutto perche' attraverso le sue immagini ha saputo costruire una griglia , un sistema fondamentale per guardare il mondo e per guardare le stesse fotografie. La fotografia e' la simultanea riproduzione di una frazione di secondo di un evento che pone in essere quell'immagine, viene poi completata da una allucinata osservazione secondo cui tutto avviene se si riesce a mettere sulla stessa linea di mira l'occhio , il cuore e la mente!!
Facile a dirsi ma molto molto difficile a farsi poiche' sulla stessa linea di mira si colloca qualcosa che corrisponde all'equilibrio di tanti fattori contemporaneamente , infatti fotografie con troppo occhio son solo estetiche e non servono a nulla , tuttalpiu' a decorare un cesso , oppure se c'e' troppo cuore ne nasce una fotografia sentimentale, ricattatoria, propagandistica, se invece c'e' troppa mente ma manca l'emozione si realizzano solo foto concettuali.
Io mi considero a tal punto un Bressoniano perche' tendo ad una immagine risolutiva che basti a se stessa , ma anche un anti Bressoniano, perche' mi piace troppo collocare ogni mia immagine in una storia destinata ad essere narrata attraverso l'accompagnamento delle immagini e delle parole . Le nuove tecnologie sicuramente mi interessano, pero' temo che possano portare la fotografia verso ennesime manie di consumo: io penso che la fotografia sia uno di quei pochi elementi espressivi capaci cosi radicalmente di sospendere il flusso delle cose. Cito a proposito quella splendida frase di Berengo Gardin
il quale sostiene : la fotografia sta alla televisione come un treno sta a una bellissima ragazza affacciata al finestrino del medesimo .Il treno si muove ma se tu vuoi sapere di colore sono i suoi occhi e quale espressione aveva il suo volto tu devi necessariamente rallentare quel treno fino a farlo fermare: grazie alla fotografia tu puoi sospendere il flusso delle cose , perche' solo l fotografia riesce a sospendere il fluire degli eventi.
D'altronde , ricordiamolo non c'e' nulla al mondo che non passi attraverso un momento decisivo !!!
Come dice Bresson: ogni fotografia deve avere una sua forma, qualcosa che si riveli cioe' capace di proiettare quella forma verso una emozione o un pensiero. Cosi , all'opposto una brutta fotografia e' quella fotografia che non riesce a trsformare una forma ben precisa in una emozione o in un pensiero.

D. Ho da poco comprato anchi'io un apparecchio fotografico e comincio anch'io a pormi la domanda se sia piu' importante la tecnica nella fotografia o le dinamiche Bressoniane improntate alla logica occhio-mente-cuore.
Le che ne pensa'

R. Diceva un grande fotografo come Eugene Smith : di fronte al momento emozionante che tu senti il bisogno di registrare e comunicare tu devi essere alla altezza di quello che sta succedendo: cio' significa all' altezza emotiva, spirituale, estetica ma anche tecnica, dato che e' inutile porre sulla stessa linea di mira occhio, mente , cuore se poi ti permetti di sbagliare esposizione !! Guidare l'automobile non e' una cosa cosi ovvia in partenza ma quando hai imparato tutti quei passaggi ti risultano ormai interiorizzati e naturalmente spontanei. Niente di tutto cio' e' soprannaturale, lo impari spontaneamente e naturalmente. La tecnica espressiva consiste nel fatto di dover vedere tutto quello che sta intorno a noi , significa , in quel famoso momento decisivo saper dare delle risposte concrete allorquando ti viene posta una domanda, come pure e' possibile che tu non sappia in quel momento dare la risposta giusta a quel particolare momento reale: ecco perche' e' difficile fare sempre buone fotografie: io di fotografie buone , nella mia esperienza ne avro' fatte si e no una dozzina !
La tecnica e' certamente importante ma una immagine non puo' diventare cosi importante da poter dare di se stessa un contenuto di sola ed esclusiva natura tecnica, la tecnica insomma puo' essere talmente importante da diventare addirittura inutile. Guardando ad esempio le incisioni di Esher e' impossibile pensare ad esse prescindendo dal virrtuosismo, cosiccome esistono molti fotografi che si divertono a sfidare la complessita' tecnica della fotografia affidandosi sconfinatamente a quella che ritengono la loro capacita' espressiva, basti pensare a quello che diceva Hernest Haas quando sosteneva che in una macchina fotografica il teleobbiettivo e ' praticamente inutile, basta muovere i piedi e il problema e' praticamente risolto !!

D. Con gli occhi alla Madonna di Paterno', traballante in processione e addobbata , le chiedo perche' i quotidiani o i settimanali di oggi non ci regalano piu' le fotografie che pubblicava Pannunzio su "Il mondo" ?

R . Perche' sono passati ormai piu' di quaranta anni !! Perche' il mondo e' cambiato!!
Io non escludo che quel tipo di immagini siano ancora pubblicate su altri contesti. Quando arrivavano le copie de " Il Mondo " a Bagheria io ero li in piazza ad aspettarle e se c'era magari una mia foto era tutta una festa per me, e poi perche' il rapporto con le immagini e' cambiato , come pure i giornali omnibus sono cambiati e si sono trasformati in giornali specifici adatti ai singoli argomenti. Prima era un tutto insieme ! Un tempo un evento veniva testimoniato puntualmente da un fotografo e questo ci permetteva di emozionarci di fronte alla possibilita' di scoprire il mondo. Oggi le fotografie servono non piu' a farci scoprire il mondo ma a raccontarcelo, mistificarlo, appartengono a un messaggio piu' complesso sempre piu' affogato nella pubblicita',
dove un argomento ad esempio ci viene servito nello stesso piatto in cui giacciono un messaggio di orrore e una impensabile assurda suggestione erotica .


La divulgazione di questo incontro e' stata gentilmente concessa e autorizzata
da Ferdinando Scianna la sera del 9 settembre 2010.

Un cordiale ringraziamento da parte di Luciano Pozzi.






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